Manovra in salita, servono 20 miliardi (e il bilancio è in regola). Cuneo fiscale, il governo prepara tagli alla spesa – .

Manovra in salita, servono 20 miliardi (e il bilancio è in regola). Cuneo fiscale, il governo prepara tagli alla spesa – .
Manovra in salita, servono 20 miliardi (e il bilancio è in regola). Cuneo fiscale, il governo prepara tagli alla spesa – .

Debito e deficit in crescita sopra la vecchia soglia del 3% del Pil (formalmente non abolita). Le previsioni di primavera della Commissione Europea confermano, per quanto riguarda il quadro di finanza pubblica, che il governo italiano si troverà probabilmente di fronte ad una procedura di disavanzo eccessivo, nella nuova versione faticosamente approvata dalle istituzioni europee. Mentre sul fronte della crescita dipingono un Paese che dovrà trovare la forza di lasciarsi alle spalle i postumi del superbonus: che – è bene ricordarlo – non solo ha affondato i conti (e continuerà a farlo nel tempo) ma ha sopperito, dopo la vigorosa uscita dalla pandemia, alla necessità di alimentare la performance dell’economia con investimenti e riforme ben disegnate.

IL CONFRONTO

Ancora da definire i dettagli del futuro confronto con Bruxelles, ma guardando alla scadenza autunnale della manovra è ragionevole ipotizzare che almeno sulla carta l’esecutivo potrebbe trovarsi a dover aggiungere al conto necessario per finanziare la maggiore o maggiore misure meno annunciate (quasi 20 miliardi come indicato nello stesso Documento di economia e finanza) altre risorse, necessarie per garantire l’aggiustamento coerente con una “plausibile” riduzione del debito. A un calo contribuiranno anche le privatizzazioni, che a loro volta non possono essere date per scontate anche se ieri il Mef ha annunciato il collocamento del 2,8% di Eni.

Il nuovo sistema di regole europee è stato concepito con la massima cura per sostituire un meccanismo barocco incomprensibile ai più ma che poi – in nome del compromesso con i paesi rigoristi – ha finito per ereditarne alcuni difetti. Basti ricordare che i complicati parametri sospesi nel 2020 e le relative eccezioni avrebbero dovuto lasciare il posto a un indicatore unico più ragionevole, quello della “spesa netta” che non tiene conto degli interessi, delle misure discrezionali e delle altre spese legate alla situazione economica. ciclo, come quelli delle indennità di disoccupazione. Su questa unità di misura si baserebbe essenzialmente la dialettica tra governi nazionali e autorità di Bruxelles, su un arco temporale pluriennale: quattro anni che, in base agli impegni assunti dai soggetti interessati, potranno essere estesi a sette. Proprio l’estensione temporale del periodo di confronto e del relativo piano di aggiustamento rappresenta potenzialmente un altro elemento di novità significativo: ogni Paese definirebbe con maggiore autonomia i vari passaggi intermedi per raggiungere l’obiettivo richiesto (la famosa “traiettoria”) invece di dipendere dallo spauracchio delle raccomandazioni periodiche e delle relative correzioni forzate di bilancio.

Fin qui tutto bene. Come noto, però, dalla finestra sono rientrati altri indicatori quantitativi che nel caso italiano, visto il peso di un debito pubblico ben superiore al 90 per cento del prodotto interno lordo, si concretizzerebbero soprattutto nella richiesta di una riduzione del debito pubblico pari a ad un punto percentuale. Che è meno di un ventesimo della distanza dal livello del 60 per cento, contemplato almeno astrattamente dalle vecchie regole; ma rappresenta comunque un impegno non indifferente.

LE INDICAZIONI

Cosa significa tutto questo se si passa da sofisticate costruzioni macroeconomiche al linguaggio più prosaico della legge di bilancio da elaborare ogni anno? Il percorso del governo Meloni, come accennato, è in qualche modo già segnato dalle seppur scarse indicazioni del Def. Occorrono circa dieci miliardi per confermare la riduzione di 6-7 punti dell’onere contributivo a carico del lavoratore, che si traduce in un aumento della busta paga netta fino a oltre 100 euro al mese. Altri cinque miliardi per le esigenze della riforma fiscale, che, come il taglio del cuneo fiscale, vale al momento solo per il 2024. Naturalmente non sarà indifferente la decisione di procedere con una nuova proroga annuale o di attuare le due misure strutturali. : quest’ultima è la strada più logica e credibile, che richiede però rivestimenti strutturali. Il conto totale sfiora i venti miliardi se aggiungiamo gli altri bisogni che ogni anno devono essere finanziati.

Come si muoverà l’esecutivo? Il vincolo è quello di non creare un nuovo deficit, visto che al contrario si corre il rischio di dover procedere con interventi restrittivi di natura opposta. Sul piano politico è anche abbastanza difficile immaginare nuove imposizioni fiscali, oltre a quanto previsto nella delegazione. Che ha un fondo già alimentato per il 2025 dall’abrogazione del vecchio incentivo alla patrimonializzazione delle imprese (l’ACE, Aiuti alla crescita economica) e potrebbe essere rimpinguato da maggiori entrate derivanti sia dalla nuova tassazione delle multinazionali sia dall’accordo biennale che sarà offerto ai lavoratori autonomi e alle piccole imprese.

Le strade possibili fanno poi riferimento a titoli già letti più volte in passato, al taglio delle agevolazioni fiscali e alla revisione della spesa pubblica. Ci sono elementi per ritenere che questa volta si faccia sul serio? Quanto alle agevolazioni fiscali, il vice ministro delle Finanze Maurizio Leo sembra intenzionato a ottenere risorse reali, procedendo sulla strada dei tagli automatici in base alla soglia di reddito. Mentre il titolare di via Venti Settembre ha già avuto modo in passato di affermare le sue intenzioni di un assalto gentile alle dotazioni dei ministeri.

Poi c’è la grande incognita della crescita. Che, almeno nello spirito originario del nuovo Patto di stabilità, avrebbe dovuto essere la vera chiave per la riduzione del debito. A questo proposito sono importanti due indicazioni contenute nelle previsioni della Commissione. L’anno prossimo gli investimenti del superbonus dovranno essere sostituiti da quelli del Pnrr. Mentre i consumi sarebbero sostenuti dall’aumento dei salari reali favoriti, dopo la sconfitta del biennio 2022-2023, dai rinnovi contrattuali sia nel settore pubblico che in quello privato.

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Il Messaggero

 
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