la strada (stretta) per rimediare al passo falso di Leo sul reddito – .

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la strada (stretta) per rimediare al passo falso di Leo sul reddito – .

DiMonica Guerzoni

Pressioni di Salvini e Tajani per l’abrogazione

Accade a metà pomeriggio, prima dell’incontro sulle scosse di terremoto nei Campi Flegrei. Il primo ministro non ha ancora del tutto superato la sua rabbia per questo scontrino del suo viceministro con delega alla “fiscalità amichevole”, quando si conclude con Maurizio Leo e i suoi più fidati collaboratori nello studio di Palazzo Chigi. Un vertice indetto con urgenza, per identificare una via d’uscita tecnica e politica e provare a invertire una narrazione che il leader considera disastrosa: il governo senza tasse trasformato, per un (doppio) errore temporale e di comunicazione, in governo che all’improvviso mette le mani nelle tasche degli italiani. Un cortocircuito mortale a 18 giorni dal voto europeo che il suo primo ministro ritiene decisivo, per lei e per l’Italia.

Tajani e Salvini, i due vicepremier resi avversari dalla concorrenza proporzionale si ritrovano dalla stessa parte. Due contro uno. E alzano i toni, il primo contestando “l’errore” e l’altro gridando “l’orrore”, per raccogliere consensi Passo falso (involontario) del leader di FdI. E lei, che alle 10 del mattino sperava di fermare le polemiche interne e le grida di giubilo dell’opposizione giurando che “non verrà mai introdotto nessun grande fratello fiscale da questo governo”, capisce che non basta e decide di mettersi affrontarlo. Giacca leggera, viso serio, macchina fotografica in azione. Il video del dietrofront viene girato nelle stanze dell’ufficio del primo ministro.

Spiegando che il governo ha “ereditato una situazione molto pericolosa” La Meloni chiude a chiave la sgangherata poltrona di Leononostante che a porte chiuse gli avessi rimproverato di non aver soppesato in tempo il significato politico di tale firma sulla Gazzetta Ufficiale. Non punta il dito contro il viceministro sotto accusa, anzi dice che hanno deciso, insieme, che era “meglio sospendere il decreto in attesa di ulteriori accertamenti”.

Per la fine della storia bisognerà attendere il Consiglio dei ministri di domani. Leo, la testa cosparsa di cenere, terrà il relazione che la Meloni gli ha imposto e che cercherà di giustificare come potrebbe finire in Gazzetta una norma di cui né il presidente del Consiglio né il ministro Giorgetti ne sapevano nulla. Ed è facile immaginare il livello di imbarazzo che un cortocircuito del genere ha innescato tra Palazzo Chigi, via XX Settembre e via della Scrofa, sede di FdI.

Domani, alla riunione del governoTajani metterà sul tavolo il suo lapidario emendamento: “Abrogazione”. E Salvini ribadirà il senso dell’ordine del giorno, primo firmatario Alberto Gusmeroli, con cui la Lega ha chiesto al proprio governo di confermare «superando l’istituto del misuratore di reddito» e per evitare una «ingerenza sproporzionata e vessatoria» nei dati patrimoniali e nella privacy degli italiani. Un ordine del giorno che, seppure approvato ieri, in Forza Italia viene considerato irrilevante, “come un sorso di acqua minerale”.

Il problema ora è come uscirne. Perché la mossa di Leo, tanto quanto i suoi colleghi di governo lo hanno sacrificato come capro espiatorio, era attesa da tempo e anche la Corte dei conti ne aveva chiesto l’attuazione. Fonti dell’esecutivo, anche per condividere con Lega, Pd e M5S i danni causati dall’incidente elettorale, hanno diffuso una nota che ricostruisce le origini normative e il percorso del rinnovato misuratore di reddito. Nata nel 1973, codificata come legge primaria dal governo Renzi nel 2015, abrogata nel 2018 dal Conte I, riemersa nel 2019 con l’istituzione di un tavolo al Mef con Agenzia delle Entrate e Istat «per definire un nuovo decreto attuativo che rispetti privacy e garanzie del contribuente” e, infine, sbarcato in Gazzetta con la firma di Leo.

Tutto da rifare. Per annullare un decreto ministeriale è necessario abrogarlo le norme a monte che lo prevedono, ovvero sostituirlo con un nuovo decreto. E questa è la soluzione che sta emergendo. Con una posta in gioco politica che la Meloni avrebbe piantato con forza: fino al 9 giugnoguai a evocare qualcosa che assomigli anche lontanamente al «grande fratello fiscale».


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23 maggio 2024

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