Concerto sinfonico diretto da Nicola Luisotti – .

Concerto sinfonico diretto da Nicola Luisotti – .
Concerto sinfonico diretto da Nicola Luisotti – .

Per il decimo dei diciannove concerti sinfonici della stagione 2023-24, il Teatro La Fenice ha ripreso la sua eccellente consuetudine di presentare in apertura di programma un brano del tutto nuovo. E ha ripreso l’usanza un tempo molto diffusa di presentare il Maestro ospite impegnato in una “produzione” d’opera negli stessi giorni di un direttore sinfonico. Tra le tante ricorrenze di quest’anno c’è anche il settecentesimo anniversario della morte del veneziano Marco Polo, tornato in patria con una moglie cinese dopo il lungo periodo trascorso alla corte di Kublai Khan, signore assoluto di quelle remote contrade , che sarebbe sbagliato considerare ancora del tutto sconosciuto ai suoi tempi. Ma certo non c’erano notizie così dirette come quelle poi raccontate dal grande viaggiatore, interessato insieme al padre e allo zio a stabilire nuovi contatti commerciali dopo la dissoluzione (da parte dei rivali genovesi) di quell’Impero latino d’Oriente che aveva visto, nella prima metà del XIII secolo, l’apogeo della potenza militare e commerciale della Repubblica di Venezia, giunta circa alla metà della sua parabola storica millenaria.

Grazie alla realizzazione delle colonne sonore dei due film più recenti di Marco Bellocchio, Esterno di notte E Rapitoil nome del compositore quarantenne Fabio Massimo Capogrosso ormai è ben noto anche al grande pubblico. Per il settimo centenario di Marco Polo, la Fenice gli ha commissionato un’opera che ha avuto la prima rappresentazione venerdì 19 aprile. Queste le parole con cui l’autore lo presenta nel programma, che presumiamo preparato ben prima del completamento della composizione: «L’opportunità di scrivere una canzone ispirata alla figura di Marco Polo rappresenta sicuramente uno spunto di riflessione su ciò che spinge la mente umana a guardare oltre i confini conosciuti. Ho sempre considerato la scrittura di una partitura come un viaggio che ci porta ad approfondire il nostro inconscio, a scoprire aspetti misteriosi della nostra mente, della nostra personalità. Un viaggio capace di arricchirci come artisti, ma anche come uomini. Mi piace quindi pensare al viaggio di Marco Polo come al viaggio di un compositore che guarda al pentagramma vuoto come a un oceano da esplorare. Un viaggio che puoi pensare di pianificare nei minimi dettagli, ma che alla fine ti porta sempre per strade sconosciute”.

Il pezzo di Capogrosso è per grande orchestra con un intervento finale di un coro femminile vocalizzante fuori scena. Dura circa una dozzina di minuti e diremmo che è ascrivibile al genere romantico del “poema sinfonico”. Parte dal silenzio con sparse note staccate e vi si perde dopo episodi di carattere diverso e variamente drammatico. Si percepisce un’immediatezza comunicativa legata non solo ad una grande capacità timbrica, ma anche ad un naturalissimo recupero della sintassi basata sulla tonalità e sui due modi maggiore-minore, con una capacità di evocare immagini, direi quasi di creare sconosciute paesaggi, che conferma la familiarità dell’autore con la musica da film. Ciò avviene, va detto chiaramente, senza mai avere la fastidiosa sensazione di déjà-écouté. L’Orchestra del Teatro La Fenice e le voci femminili di Coro del Teatro la Fenice preparato da Alfonso Caiani hanno creato questa “novità” con grande facilità sotto la guida esperta di Nicola Luisotti, che ci sembrava dirigere un brano del grande repertorio, tanta era certa l’efficacia del gesto sull’orchestra. Il pubblico ha molto apprezzato la composizione, senza dissensi e con applausi compatti che hanno superato di gran lunga, per intensità e durata, i consueti doveri di cortesia.

Vigorosi dissensi tra il pubblico e profonde perplessità anche tra gli amici e sostenitori di Gustav Mahler avevano invece suscitato la prima esecuzione, nel novembre 1889 a Budapest, dell’ampia opera che, più volte rielaborata, uscì con il titolo Prima Sinfonia all’Edizione Universale di Vienna solo nel 1906, quando il compositore aveva già raggiunto, e forse già superato, l’apice della sua carriera come direttore dell’Opera di Corte della capitale asburgica. I quattro grandi movimenti dal carattere ben distinto in cui è suddiviso, per una durata complessiva di circa cinquantacinque minuti, rispettano formalmente la struttura drammatica della sinfonia classica, ma non si può certo dire lo stesso della struttura musicale, del relazione interna tra la tonalità, il tipo di materiali musicali utilizzati. In questo senso la sinfonia, puramente strumentale come quelle future Quinto, Sesto, Settimo E Non al, presenta già un carattere cosmico, per non parlare di quel desiderio di “creare un mondo” che è diventato consueto riferirsi alle opere successive di Mahler. L’ispirazione e l’origine dei motivi, infatti, sembrano essere l’esperienza psicologica e quotidiana del rapporto con la natura e gli altri. La maestria tecnica del compositore, orchestratore e prodigioso contrappuntista risalta così pienamente in quest’opera concepita quando non aveva ancora compiuto i venticinque anni, da renderla senza dubbio molto attraente per gli esecutori e gli ascoltatori.

Anche qui senza l’uso della bacchetta come già nel pezzo di Capogrosso, Nicola Luisotti ha portato gli strumentisti della Fenice in una formazione molto numerosa – oltre cinquanta archi, otto corni e tube wagneriane, una sezione di percussioni molto ampia e il resto in proporzioni adeguate – ad un risultato mirabile sia per compattezza e correttezza (le pochissime e quasi impercettibili imprecisioni strumentali sono del tutto insignificanti), sia soprattutto per pronta flessibilità e vita espressiva. Su questo felicissimo rapporto con l’orchestra, consolidato durante le tante settimane di preparazione dell’ Mefistofeleil maestro toscano ha costruito un’interpretazione che ne ha portato il carattere completamento di una storia preliminare che ci sembra di dover attribuire a questo Prima Sinfonia nella forma definitiva pervenuta circa vent’anni dopo la sua prima concezione. Il sostenuto “tono retorico” che pervadeva con i suoi ampi episodi contrastanti l’intero movimento finale aveva le sue lontane fondamenta già nelle prime note dell’esecuzione e ci ricordava la forza di dizione che il cinquantenne Pollini sapeva infondere, senza forzare, al primo movimento delOpera 111 di Beethoven. Ammirevole la resa della grottesca “marcia funebre” con gli animali del bosco che accompagnano il cacciatore morto, forse un “re ravicello” di cui il suo successore gli farà rimpiangere. Luisotti ha sempre avuto perfettamente presenti le premesse e le conseguenze del discorso musicale e nulla appariva superfluo o ridondante.

Il successo di pubblico è stato molto caloroso, anche se, come spesso si nota a Venezia nei momenti di maggior afflusso (erano in corso le visite “riservate” alla Biennale d’Arte che apriva le porte al pubblico pagante solo il giorno successivo), il vero Il “furore” che regista e strumentisti potevano meritatamente aspettarsi non si è scatenato.

La scelta di proporre i programmi di tutti i concerti in un unico volume fa sì, come abbiamo già accennato, che esso sia composto con largo anticipo e, immaginiamo, un po’ di fretta. Ciò, unito alla potenza ormai incontrollabile dell’elaborazione video, ha provocato uno spiacevole incidente: a pag. 86 del volume furono copiati come movimenti del Prima Sinfonia di Mahler i quattro, completamente diversi nelle indicazioni e anche nel linguaggio, di Quarta Sinfonia di Brahms aveva programmato due concerti prima: solo il numero è lo stesso. Presta più attenzione, per favore.

La recensione si riferisce al concerto del 19 aprile 2024.

Vittorio Mascherpa

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